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Caccia: alla rossa Toscana non basta il 4° posto
Associazione vittime della caccia Caccia: alla rossa Toscana non basta il 4° posto VUOLE PIU' SANGUE! il Consiglio regionale sancisce la caccia tutto l'anno a dispetto dei cittadini e delle leggi nazionali. Dopo Lombardia, Sicilia e Lazio, la Toscana è al top tra le regioni che ha versato più sangue in questa ultima stagione venatoria, come emerge dai dati del Dossier Vittime della caccia 2015-2016. Continua a leggere sul sito:

http://www.vittimedellacaccia.org

Postato da adminitalia il Wednesday, 16 March @ 12 12:26:35 CET (811 letture)
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Caccia...ci risiamo con altre vittime
Associazione vittime della caccia Scrivere "COMUNICATO STAMPA - Associazione Vittime della caccia 20 settembre 2015
Non ci sono più le stagioni (venatorie) di una volta.
Almeno iniziavano e finivano.
Dal 2 settembre al 19, con “soli” due giorni di preapertura e numerosi “extra” di frodo, risultano nove casi con otto feriti e un morto per mano di chi esercita la caccia.
Questo è quanto emerge dalle rassegne stampa ad oggi 20 settembre, ovvero già all'inizio del canonico giorno di apertura della stagione venatoria 2015-2016.
Ma non solo, animali domestici feriti e brutalmente finiti a calci, cani da caccia sparati e lasciati legati a morire di inedia e infezioni, proprietà private violate sistematicamente da gente armata e convinta di poterlo fare, arzilli 80enni che sparano in aria perchè infastiditi dai passanti o dai vicini, bambini lasciati liberi di sparare dai genitori, persone costrette a chiudersi in casa nonostante il rispetto delle distanze dalle abitazioni sia oramai cosa nota e... potremmo continuare ad elencare gli abusi che vengono sistematicamente commessi, e non solo, durante la stagione di caccia, perchè in Italia si caccia tutto l'anno.
Nonostante la legge quadro imponga paletti e misure ben diversi, in Italia si caccia tutto l'anno
Creato il problema degli animali in esubero si chiama a risolverlo (per modo di dire) chi lo ha creato. Un meccanismo efficace a breve termine ma solo per i cacciatori che avranno sempre da sparare, con la scusa delle emergenze (gonfiate). Siamo di fronte a un quadro sconfortante, con tanti, troppe persone e animali inermi che continuano a subire la protervia delle doppiette, impotenti di fronte a gente armata che invade i loro spazi e attenta alla loro incolumità certa di rimanere impunita, tanto i controlli non c'erano e ce ne saranno sempre meno, questa è la realtà purtroppo" dichiara Daniela Casprini dell'Associazione Vittime della caccia.
Omicidi (non incidenti), ordine pubblico e depauperamento della fauna selvatica non interessano le istituzioni. La deriva cui sta andando l'Italia appare evidente da tempo, evidentemente neppure la vita delle persone umane scalfisce l'etica e la morale comune.
Sono circa 900 le persone impallinate (tra morti e feriti) in 8 stagioni venatorie, dal 2007 all'ultima stagione scorsa, oltre 200 le vittime non cacciatori.
"Quei compromessi, seppur indigesti, ottenuti con la legge quadro 157 tra mondo venatorio e animalista/ambientalista sono stati oramai cancellati e sostituiti da una miriade di deroghe e balzelli atti a favorire solo il mondo venatorio, che gestisce e sfrutta di fatto l'intero territorio nazionale, violando anche diritti umani inalienabili col nulla osta delle amministrazioni.
Aprire i parchi pubblici e le aree verdi alla caccia è l'ultimo ostacolo caduto verso la liberalizzazione di questa nefasta e crudele attività. Un bene comune sottratto alla collettività per darlo a chi fa della violenza il proprio divertimento.
Inoltre quando si parla di distanze di sicurezza da case, giardini, parchi e sedi stradali, innanzitutto si parla di distanze minime sulla base delle gittate utili delle armi da caccia, quindi di norme minime di sicurezza, ma soprattutto si deve tener presente che queste distanze sono già state sottratte alla disponibilità dell'attività venatoria nella pianificazione venatoria. Per legge le regioni elaborano il piano faunistico venatorio (PFV), ovvero la programmazione del territorio a scopo venatorio nella misura dell'80% circa (!) e sono tenute ad escludere le aree dove è vietata la caccia, anche quelle considerate sulla base delle distanze di rispetto per l'esercizio dell'attività venatoria.
Pertanto il problema degli spari vicino le case o nei giardini o nei parchi privati non dovrebbe proprio sussistere, purtroppo invece sempre più persone denunciano abusi da parte dei cacciatori e i fatti ne dimostrano tragicamente le conseguenze e non solo in termini di morti e feriti”
L'Associazione Vittime della Caccia nel rilanciare il suo allarme, denuncia la miopia delle istituzioni, non solo incapaci e incuranti di porre al centro della questione la sicurezza dei cittadini, ma addirittura sempre più disponibili a ossequiare il mondo venatorio.
“Ora più che mai occorre rilanciare un' azione mirata a tutelare le persone e la fauna, adesso che i controlli devono essere potenziati e l'azione di prevenzione e repressione articolata e sviluppata su tutto il territorio, si pensa bene di sopprimere il Corpo Forestale dello Stato.
Per tutte queste ragioni l'Associazione Vittime della caccia ha chiesto formalmente un confronto con i Ministeri competenti per quello che rigurda la gestione ungulati, visti i gli insistenti allarmi lanciati da chi ne ha interesse e viste le false soluzioni che si ipotizzano, guarda caso un ricorso sistematico ai cacciatori così da avere sempre a disposizione animali da puntare e uccidere.La gente è stanca e inorrdita da queste carneficine, le soluzioni sono altre, basta volerle mettere in atto.
Associazione Vittime della caccia - 20 settembre 2015



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ASSOCIAZIONE VITTIME DELLA CACCIA
Orgnizzazione di volontariato senza fine di lucro ai sensi della Legge 266/91
www.vittimedellacaccia.org
Casella postale n.7 – 00035 Olevano R.no (RM)
ass.vittime.caccia@gmail.com
"
Postato da adminitalia il Monday, 28 September @ 11 11:34:03 CEST (1367 letture)
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I danni al patrimonio italiano continuano
Dal Parlamento - M5 Stelle Nuova pagina 2

Una colata di cemento armato per rimettere in piedi le colonne di granito rosa del Tempio della Pace nel Foro romano, risalenti al 75 d.C. quando Vespasiano volle celebrare la conquista di Gerusalemme.

Succede a Roma, museo a cielo aperto che di cultura potrebbe vivere e arricchirsi, e che invece muore di corruzione, incuria e sciatteria. E tutto questo succede, incredibilmente, con il beneplacito della Sovraintendenza capitolina e nazionale, che hanno approvato la scelta di usare ferro e cemento per restaurare pezzi di storia dal valore inestimabile.

La scelta, però, ha fatto accapponare la pelle ad archeologi, studiosi e specialisti del settore: l'intervento in corso ignora gli studi accademici e specialistici sul restauro archeologico degli ultimi 40 anni. Gli interventi finora attuati risultano essere invasivi e dannosi, tanto che due delle colonne già restaurate, e inaugurate il 21 aprile scorso, sono già venute giù. Un disastro su cui è impossibile chiudere gli occhi!

Come facemmo già per lo scempio di Capo colonna nel crotonese, anche questa volta il M5S si è mobilitato: accompagnati da un esperto del settore siamo andati a vedere da vicino il cantiere dove stanno avvenendo i restauri e con un'interrogazione a prima firma Manuela Serra abbiamo chiesto la sospensione dei lavori e di ripensare il progetto di restauro. Se così non fosse, richiederemo l'intervento della magistratura per danneggiamento del patrimonio storico-archeologico.

A questa link l'interrogazione presentata dal Movimento 5 Stelle al Senato.

La redazione del sito suggerisce di leggere il libro di S. Rizzo e G. A. Stella dal titolo "Vandali: L'assalto alle bellezze 'Italia" per capire meglio cosa è accaduto in questi anni, dal dopoguerra ad oggi al nostro patrimonio artistico, culturale in tutta l'Italia. Senza distinzione tra destra, centro e sinistra. Una situazione che ha recato e sta ancora recando gravissimi danni alle casse dello Stato e, come abbiamo appena postato, ai beni che si vorrebbero recuperare in modo così grossolano.
Postato da adminitalia il Friday, 17 July @ 19 19:25:45 CEST (333 letture)
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OLIO di PALMA. Gli effetti dannosi alla salute e al pianeta.
Generale È da poche settimane nata una campagna promossa dall’Aidepi (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane) dal motto: “L’OLIO di PALMA: un ingrediente da conoscere, non da demonizzare.” L’associazione che si pone come obiettivo la difesa della tradizione italiana del Dolce e della Pasta tutelando gli interessi degli associati a livello nazionale ed internazionale (così si legge sul sito), si scaglia a favore dell’ingrediente alimentare più discusso del momento per mezzo di materiale scaricabile dal sito. Una domanda sorge però spontanea: perché un’associazione la cui mission è la tutela dei prodotti della tradizione italiana difende un prodotto, l’olio di palma, che è ben lontano dall’essere una nostra eccellenza? L’olio di palma infatti, per l’85% della produzione mondiale, deriva da Malesia ed Indonesia, dal frutto della palma da olio (Elaeis guineensis e Elaeis Oleifera), pianta di origine africana che cresce in regioni equatoriali e tropicali. Sul sito dell’associazione è possibile scaricare 2 documenti per aiutarci a conoscere l’olio di palma e elencarne le “superbe qualità”. Uno prettamente grafico e molto riassuntivo, l’altro invece è un opuscolo dove punto per punto ci vengono elencanti tutti i pro del fatidico olio. Vediamo quali sono. Aumenta la durata del prodotto Cioè il prodotto confezionato può avere una data di scadenza più lunga.Questa caratterista rende sicuramente il prodotto più commerciabile, va a male più difficilmente, ma non dobbiamo confondere questa proprietà come una qualità, qualcosa che aumenta la salubrità del prodotto, anzi, se ci riflettiamo un secondo i frutti della natura, a differenza della plastica e di questi prodotti industriali, non durano mesi ma generalmente solo pochi giorni. Conferisce croccantezza o cremosità al prodotto Caratteristica in comune a tutti gli olii e grassi. Non contiene acidi grassi trans (l’olio di palma non necessita di idrogenazione) Vero, l’idrogenazione è infatti quel processo che trasforma gli olii dallo stato liquido a quello solido (meccanismo alla base della produzione delle margarine) e purtroppo arricchisce anche questi olii di grassi trans (i più temibili per la nostra salute) (per approfondire l’argomento leggi ancheGrassi saturi, grassi trans e etichette nutrizionali). L’olio di palma si presenta solido a temperatura ambiente non subisce quindi questo processo, tuttavia è proprio la presenza di grandi quantità di grassi saturi a conferirgli tale caratteristica. Anche i grassi saturi sono lontani dall’essere considerati benevoli per la nostra salute ed inoltre sono molto difficili da digerire. Ha sapore e fragranza neutri Quindi nei prodotti dove è aggiunto in grandi quantità non ne altera il sapore. Anche questo è un bene? Ha un elevato rapporto qualità/prezzo Costa pochissimo, questa è una delle principali ragioni del suo uso smodato. Non contiene colesterolo e non aumenta la colesterolemia Come TUTTI i prodotti di origine vegetale non contiene colesterolo. Il colesterolo è infatti una molecola presente esclusivamente nei prodotti di origine animale. L’acido palmitico è contenuto naturalmente nel latte materno e nell’olio di oliva È un po’ approssimativo affermare questo. L’olio di oliva contiene acido palmitico in misura molto minore rispetto all’olio di palma. Inoltre l’acido palmitico contenuto nel latte materno ha una particolare conformazione: non a caso molte formule per lattanti contengono oggi, in percentuali variabili, acido palmitico in posizione 2 (quello contenuto nel latte materno) grazie a modificazioni enzimatiche sul grasso di partenza, anziché acido palmitico in posizione 1 o 3. Ha una quantità di acidi grassi saturi leggermente inferiore al burro Infatti è buona regola non utilizzare burro tutti i giorni, tuttavia l’olio di palma a causa della sua ubiquità è consumato tutti i giorni anche più volte al giorno. Il documento omette di specificare che, stando ad una ricerca della Società Italiana di Diabetologia di qualche mese fa, il palmitato, il principale acido grasso contenuto nell’olio di palma (rappresenta circa il 47% dei grassi contenuti nell’olio), e in quantità minori nel burro e nei formaggi, provoca un aumento di una proteina (p66Shc) che promuove la formazione di specie reattive dell’ossigeno capaci di danneggiare ed uccidere le cellule.Questa proteina, prodotta a livello delle cellule beta pancreatiche (le cellule deputate alla produzione di insulina) può danneggiarle o ucciderle, aprendo così le porte al diabete soprattutto nelle persone già obese o in sovrappeso. Inoltre una meta-analisi uscita sul The Journal of Nutrition in cui gli autori si ponevano l’obbiettivo di: “rivedere sistematicamente l’effetto del consumo dell’olio di palma sui lipidi del sangue rispetto ad altri oli da cucina utilizzando i dati provenienti da studi clinici”; sono arrivati alla conclusione che il consumo di olio di palma porta un aumento del colesterolo LDL(quello cattivo) a causa del suo alto contenuto di grassi saturi e supportano quindi la tesi di una sua riduzione per il consumo umano, rimpiazzandolo con olii vegetali a più basso contenuto di grassi saturi e trans. Nell’opuscolo, nella parte dedicata alla nutrizione, si legge: “Oggi questa correlazione tra saturi e malattie cardiovascolari è oggetto di revisione, come dimostra una recentissima review operata da specialisti della nutrizione e pubblicata anche sull’American Journal of Clinical Nutrition.” Sono andata a verificare di quale studio si parlasse e di chi fossero gli autori, trovando che 2 tra questi ricevono fondi da 3 anni dalla Soremartec Italia s.r.l. la quale “fornisce a tutto il Gruppo Ferrero, prestazioni, informazioni e studi, sia nel settore della ricerca tecnica che di marketing, per l’invenzione e il lancio di nuovi prodotti e per assicurare il continuo processo di innovazione e miglioramento di quelli esistenti.” Parliamo quindi di un’azienda con interessi finanziari in prodotti che contengono olio di palma. Continuando a leggere il documento dell’Aidepi troviamo: “[…] la produzione impiega oltre diverse milioni di persone in Malesia ed Indonesia, è interessante la valutazione delle superfici occupate nella coltivazione della materia prima. Se si immaginasse di sostituire l’attuale produzione mondiale di olio di palma con un olio vegetale alternativo, la superficie occupata dalla colture sarebbe infatti molto maggiore.” Si parla quindi di resa in olio per ettaro coltivato (immagine). Indubbio è che la palma da olio abbia la più alta resa rispetto a tutte le altre specie coltivate per la produzione di olii. Ma qui a mio avviso c’è un errore di fondo: ovviamente non è possibile sostituire al momento questo prodotto con altri olii, la superficie coltivabile da occupare sarebbe decisamente troppo estesa; ma è anche vero che i prodotti che lo contengono non possono essere definiti di primaria importanza per la nostra alimentazione: prodotti confezionati (merendine, biscotti, torte già pronte, cracker, etc.), snack, creme al cioccolato spalmabili, patatine fritte, etc. Nulla di quanto elencato andrebbe consumato quotidianamente, cosa che al contrario oggigiorno è la regola. Quindi questo olio in teoria non servirebbe in queste quantità, ma solo in teoria perché non si riesce a fare a meno della Nutella, degli snack, di biscotti e merendine. Inoltre è vero che la coltivazione della palma da olio sta dando lavoro a moltissime persone, ma è anche vero che sta distruggendo dei posti meravigliosi. Oltretutto mi pare d’obbligo sottolineare che il lavoratore malese piuttosto che quello indonesiano avranno si un lavoro, ma di certo non si arricchiranno con questo (cosa che invece succede all’industria alimentare che a quanto pare ha trovato la sua “gallina dalle uova d’oro”). Che non vada considerato come la peste nera, o come l’origine di ogni male moderno è a mio parere giusto ma spingerne e giustificarne il consumo, e quindi l’alimentazione moderna basata su prodotti ben lontani dall’essere adatti ad un consumo giornaliero, è un altro discorso. Bibliografia: Sun Y, Neelakantan N, Wu Y, et al. Palm Oil Consumption Increases LDL Cholesterol Compared With Vegetable Oils Low in Saturated Fat in a Meta-Analysis of Clinical Trials. J Nutr. 2015 May 20. Elena Fattore, Cristina Bosetti, Furio Brighenti, Carlo Agostoni, and Giovanni Fattore; Palm oil and blood lipid–related markers of cardiovascular disease: a systematic review and meta-analysis of dietary intervention trials. The American Journal of Clinical Nutrition. Dott.ssa Chiara Cevoli FONTE: VIVIENUTRI.IT
Postato da adminitalia il Tuesday, 07 July @ 20 20:16:01 CEST (395 letture)
(commenti? | Voto: 0)



Viva i Daini vivi della Pineta di Classe
Associazione vittime della caccia
Postato da adminitalia il Monday, 02 March @ 19 19:33:48 CET (481 letture)
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